| COMUNICATO STAMPA DELLA MOSTRA "Omaggio a Carlo Verdecchia" |
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Carlo Verdecchia (Casoli d’Atri/TE 1905 – Atri/TE 1984) è stato uno dei protagonisti della pittura napoletana del Novecento. Seguendo l’iter più comune fra i giovani del meridione d’Italia e dell’Abruzzo, la formazione avvenne all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Inseritosi presto nel circuito delle nuove leve del mondo dell’arte, gli fu organizzata una personale alla Galleria Bardi di Milano nel 1929, dove la pittura del giovanissimo artista non sfuggì a Carlo Carrà. Ben presto anch’egli aderì a quell’indirizzo fondato su un’unità di forma e di stile derivante dall’orientamento del gruppo intitolato Novecento, in cui si riconobbe l’arte italiana degli anni Trenta: composizioni equilibrate di oggetti e figure, ardite inquadrature, immobili figure tornite come statue, esaltazione dei valori plastici attraverso poche variazioni di tono e un utilizzo omogeneo della luce. Questo indirizzo, dichiaratamente italiano, fu inteso da Verdecchia in maniera del tutto personale, tanto da coniugarvi spesso un marcato uso espressionista della materia pittorica oltre a dichiarati riferimenti ad altri movimenti europei. Con opere del genere, come Le tre età, Al balcone, Sul terrazzo, il Ritratto dello scultore Tizzano etc., Verdecchia prese parte alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma, esponendo nelle stesse sale che vedevano riuniti i grandi nomi dell’arte italiana; nel 1942 la XXIII Biennale gli dedicava uno spazio personale all’interno della mostra. All’indomani della seconda guerra, anche Verdecchia abbandonava questa strada intrisa di un riferimento tangibile al recente passato da dimenticare (nelle linee generali del Novecento il fascismo aveva riconosciuto un’arte di Stato). Dà allora l’avvio a un percorso personale: il segno si libera, il colore acquista una ritrovata luminosità. Senza tralasciare i riferimenti ad altri contesti moderni europei, si accosta alla sua terra, l’Abruzzo, prediletto nella scelta tematica, accanto a tutto ciò che gli è familiare, gli amici, la famiglia, gli oggetti quotidiani. Nasce un mondo poetico di cose e di luoghi raffigurato in tutti i suoi più intimi segreti. Attraverso una settantina di opere, la mostra ripercorre il repertorio tematico più caro al pittore: la natura, i monti abruzzesi, le pianure, gli animali, la vita dei contadini. A questi temi si aggiungono i ritratti della moglie, della figlia, del figlio, degli amici, ripresi in attimi di pausa o fatti posare come modelli. La libertà del colore ricorda spesso i fauves, la struttura linguistica della composizione a volte Cézanne, il segno graffiante e nero certe soluzioni di Soutine, la pennellata rimanda ad echi espressionisti: a questi riferimenti colti, si aggiunge la percezione lirica della natura, il profondo sentimento con cui egli sente il mondo intorno a sé e su cui riflette. Coerente con se stesso fino alla fine, Verdecchia torna oggi a far parte integrante del tessuto storico dell’arte italiana, di un secolo che per troppo tempo ha tagliato fuori dalla conoscenza il suo nome come quello di tanti altri, che, al contrario, hanno fatto parte integrante di esso e delle sue dinamiche. Isabella Valente |
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